Roberta Raschellà è la chitarra principale di “We Will Rock You” in scena in tutta Italia, ora a Milano.

Roberta Raschellà, le sue sei corde per le musiche di Freddie Mercury

E’ di Legnano la chitarrista della seconda edizione di «We Will Rock You», il musical dei Queen che dal 31 gennaio e fino al 17 febbraio fa tappa al Teatro Ciak di Milano. Roberta Raschellà, cresciuta a Bussoleno (Valsusa, Piemonte), legnanese d’adozione e nota musicista, è infatti la chitarra principale dello spettacolo: lei a ripercorrere tutti i successi della band di Freddie Mercury a suon dei riff di chitarra più celebri del gruppo.
Anche nel Legnanese è nota per il suo gruppo, le «Shooting Stars», band tutta al femminile che ripercorre tutti i successi del rock.
L’abbiamo incontrata per parlare con lei di questa nuova esperienza.

Come è nata la tua passione per la musica?
«Ho vissuto a Bussoleno fino ai 27 anni, poi sono venuta a Milano per studiare al Cpm, poi la Lizard a Torino dove ho iniziato a insegnare. Poi le “Shooting stars”, nel 2009, con tutti i concerti e la musica che era qui nella vostra zona. E così sono rimasta».

Parliamo della chitarra. L’hai scelta tu o ti ha scelto lei?
«Mi ha scelto lei. Avevo due anni e già dicevo che da grande avrei fatto la chitarrista. Mia mamma mi ha raccontato che salivo sulla sedia e facevo finta di suonare e dicevo che quello sarebbe stato quello che avrei fatto da grande. Suonarla è per me qualcosa di naturale: sono mancina ma suono con la destra. Perché? Non lo so, mi è venuto naturale, appunto, così. A 7 anni mia mamma mi ha portato nella banda del paese: ma io volevo la chitarra. Ho iniziato col sax, poi alle medie ho iniziato con la chitarra classica. Ma mancava qualcosa: era lo strumento giusto ma non era ancora completo. A 15 anni ecco l’elettrica: è stato amore a prima vista».

Quali le tue influenze musicali?
«Mi piace il rock. Ho iniziato ascoltando i Van Halen, che per me sono il numero uno. Poi, crescendo, sono cambiati gli ascolti: amo molto il pop, il blues, il cantautorato, la ritmica».

E i Queen?
«Ovviamente sono stati parte della mia formazione, hanno rappresentato una grande svolta. E ora col musical, tra danza e luci, rappresentano la più grande forma artistica perché unisce tutto. E loro hanno aperto le porte proprio a questo, inoltre hanno cambiato la cultura musicale e creato brani che ancora oggi tutti conoscono. La mia canzone preferita? “Bohemian Rhapsody” mi piace tantissimo, da suonare il suo assolo è bellissimo e vince su tutto, “I want to break free” è il brano che mi diverte di più».

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Ora sei nei musical. Quali emozioni?
«Ero già stata in quello dei Green Day, “American Idiot”, ho fatto il provino. A livello tecnico ci sono momenti di grande responsabilità ma è tutto molto emozionante: sono la chitarra 1, quella principale. Sono alle prese con parti di chitarra di Brian May, uno che ha creato un suo sound: nel mio piccolo cerco, sia a livello di suono che di fraseggio, di avvicinarmi il più possibile a quello che è lui. Ho cercato una Red Special (nota: la chitarra di May) e pedali proprio per cercare di ricreare il suo suono. E ne sono contenta. May mi piace molto, ha fatto la storia: è un artista».

Come è stata la prima del musical?
«Molto emozionante, molto impegnativo ma bella. Abbiamo fatto gran parte dei teatri e sta andando molto bene. A differenza di American Idiot dove eravamo in scena, qui siamo un po’ nascosti come band. Ma è tutto bellissimo, è una grande scuola. Il momento più bello? Mi piace il messaggio ossia quello di tornare a suonare vera musica, come momenti ve ne sono molti di emozionanti, c’è alto livello di cast”.

Nella prima edizione Brian May ha raggiunto tutti sul palco. Se accadesse anche stavolta?
«Se avessi davanti Brian May mi piacerebbe vederlo all’opera. Non tanto fargli domande ma osservarlo mentre suona».

Hai visto il film «Bohemian Rhapsody?
«Sì e mi è piaciuto molto. Credo lanci un bel messaggio: al di là di quanto erano grandi e di quello che hanno creato, emerge quanto davvero fossero band e quanto reale fosse la musica, quanta importanza avesse per loro. Al giorno d’oggi purtroppo non è più così, si pensa più alla parte commerciale».

Che cosa ti senti di dire ragazze che iniziano a suonare, in un mondo, quello della musica, ritenuto ancora «maschile»?
«Semplicemente direi loro di essere se stesse: devono fare quello che si sentono, se c’è qualcosa di forte in loro questo verrà fuori».

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