Non è azzardato affermare che il consumatore cinese è il più evoluto e informato del terzo millennio. E non solo perché l’e-commerce nel 2018 ha raggiunto la cifra record di mille miliardi di euro (raddoppiata dal 2015), ma anche perché i web shopper cinesi sono 750 milioni in crescita del 12% sul 2017. Di questi l’84% utilizza lo smartphone per acquistare online, il rimanente 16% il pc. La Cina è il primo mercato a livello ecommerce b2c al mondo con il 40% del valore globale. Si stima che la digital economy generi il 30% del Pil cinese.

“In Cina il retail è digital”

Tuttavia, nonostante la sua attrattività, la Cina rimane un mercato ecommerce complesso: vendere in Cina comporta investimenti e costi ingenti, indipendentemente dalla piattaforma scelta e dal settore merceologico. Una strategia di export digitale di successo passa dalla corretta configurazione di una serie di aree chiave.

Queste le evidenze del convegno Retail business in Cina, organizzato da Confimprese, sull’attrattività del mercato cinese per i retailer italiani. Per l’evento sono stati selezionati e invitati, in collaborazione con l’Agenzia ICE, operatori retail dalla Cina, in linea con la
strategia dell’Agenzia a favore della digitalizzazione delle aziende italiane nel processo di internazionalizzazione e della sempre più intensa collaborazione con la Cina.

“La novità introdotta quest’anno dalle autorità cinesi nell’ecommerce – dichiara Mario Resca, presidente Confimprese – riguarda una lista di 63 nuovi prodotti, tra cui il prosecco e la birra al malto e l’aumento del limite delle transazioni annuali da 20 a 26mila. Una boccata di ossigeno per il made in Italy, se consideriamo che nel 2018 i prodotti food sono stati i più acquistati online dai consumatori cinesi pari al 55% vs 49% del personal care. Peccato, però, che le nuove regole vietino il ritiro del prodotto in negozio dopo averlo acquistato online, cosa impensabile in Italia”.

In Cina il settore dell’e-commerce sta crescendo due volte rispetto agli Stati Uniti principalmente guidato da colossi come Alibaba e JD.com, che da soli possiedono circa il 90% dell’intera industria. Con numeri così impressionanti sullo shopping online, si capisce
perché i negozi tradizionali in Cina devono necessariamente evolversi per adattarsi alle aspettative di una audience impaziente, sofisticata e ben disposta alla tecnologia (e molto spesso non curante della mole di dati personali raccolti). Questo attraverso una customer experience che non nega l’inevitabile cambiamento delle abitudini di acquisto, ma mira a superare i tradizionali confini tra online e offline.

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Come entrare nel mercato

Per i retailer che vogliono entrare nel mercato del celeste impero tre le vie prioritarie: l’ufficio di rappresentanza, la società a capitale interamente straniero, la formula Hong Kong Holding+China Entity. La prima, però, al di là della velocità del set up in poche settimane e
della de-registrazione fino a 6 mesi comporta dei rischi, in quanto non prevede l’autorizzazione a gestire flussi commerciali con fatturazione attiva verso Cina/estero ma comporta la tassazione sulle spese (11-13%) ed è sconsigliabile per attività con più di 2 risorse
da inquadrare. Al crescere della struttura, inoltre, crescono le spese e le imposte calcolate su di esse. La società a capitale straniero permette la business licence in 60 giorni e 3 settimane per l’apertura del conto corrente. È però consigliabile aprire una filiale commerciale, piuttosto che una solo di servizi.

Quanto a Hong Kong, gode di uno status speciale garantitogli dal Cepa (Closer economic partnership agreements), che permette di utilizzare notai di HK nominati dal governo di Pechino per la notarizzazione di documenti di aziende locali con evasione in 5 giorni lavorativi. Tuttavia, ancora oggi è necessario legalizzare tutti i documenti societari di aziende straniere per farli accettare alle autorità cinesi.

I settori di interesse

I settori di maggiore interesse per il retail sono gioielli e orologi di lusso, athleisure, food & beverage di alta gamma. Numerosi gli associati Confimprese interessati al mercato cinese: Thun, Cioccolati italiani, Yamamay, Carpisa, Jaked, Primadonna, Illy, Lavazza, Caffè Ottolina, Caffè Napoli, Natuzzi, Lagardere, Grom, Carlsberg, Autogrill, Kasanova, Queen’s Chips, Savini Tartufi, Renato Balestra, Piazza Italia, Mama Burger, J’usto.